Quanto è difficile trovare nuovi collaboratori per una startup? Spoiler: molto

C’è un tema di cui non si parla abbastanza quando si parla di startup: trovare le persone giuste può essere davvero difficile. Questa realtà non è ovviamente assoluta, ma in molti casi è un vero e proprio ostacolo per la crescita.

Questo avviene perché una startup parte quasi sempre nello stesso modo: pochi capitali, zero brand, tanta incertezza, non ha inoltre uno storico, non ha ancora processi, spesso non ha nemmeno ruoli davvero definiti. Mettendosi nei panni di un candidato, il confronto con un’azienda strutturata è abbastanza semplice: da una parte stabilità, stipendio, percorso chiaro; dall’altra rischio, ambiguità e una buona dose di incertezza. Non è una scelta irrazionale preferire la prima opzione, eppure al contrario di quanto si possa pensare non lavorare per una startup potrebbe non essere la scelta giusta.

Ragionare in base alla stabilità professionale è certamente una lettura corretta, ma incompleta: dentro una startup succede qualcosa che altrove succede molto più lentamente, o non succede proprio: apprendimento rapido, impatto reale del proprio lavoro sul progetto, gestione di più obiettivi contemporaneamente, opportunità di vedere da vicino come si costruisce un pezzo di business. È un ambiente molto più esposto, nel bene e nel male.

Il problema è che questo valore non è immediatamente visibile, mentre il rischio sì. E infatti spesso si riduce tutto a “le startup pagano poco”. In parte è vero, soprattutto all’inizio. Ma anche quando il tema economico è meno distante dal mercato, resta un nodo più profondo: l’incertezza. Lavorare in questi contesti apparentemente non offre garanzie sulla direzione, sulle prospettive di crescita, su cosa succederà tra un anno. In cambio viene chiesto molto, spesso da subito.

E qui entra in gioco un fattore che in Italia pesa parecchio, ossia la cultura del lavoro diffusa. Molte persone continuano a leggere il lavoro con categorie molto tradizionali — ruolo chiaro, perimetro definito, crescita lineare, ma una startup è l’opposto di tutto questo: i confini cambiano continuamente, si fanno cose che non sono “il tuo ruolo”, si prendono decisioni anche senza avere tutte le informazioni. È più vicino, per certi versi, a un’esperienza imprenditoriale che a un lavoro dipendente classico.

Questo crea un disallineamento abbastanza evidente. Le startup cercano persone autonome, adattabili, con una certa tolleranza al rischio e, idealmente, una mentalità più imprenditoriale. Il mercato, nella sua maggioranza, offre profili che giustamente cercano stabilità, chiarezza e percorsi prevedibili. Nessuno dei due ha torto, ma il punto di incontro è stretto.

Se poi aggiungiamo che alcune competenze sono rare, che le aspettative economiche si sono alzate e che la competizione per i profili migliori è altissima, il quadro è completo: costruire un team diventa uno degli ostacoli principali, non un dettaglio operativo.

Per founder e HR questo significa smettere di pensare che sia solo un problema di numero di candidati o di canali, ma non lo è, è un problema di contesto e di posizionamento. Se non puoi competere su stabilità e stipendi, devi essere molto onesto su cosa stai offrendo davvero: responsabilità, apprendimento, impatto. Ma detto in modo concreto, non come slogan, perché appena le aspettative non sono allineate, il mismatch si paga subito.

Dall’altra parte, però, c’è una responsabilità anche di chi guarda queste opportunità. Il mercato del lavoro italiano è meno incline al rischio (anche perché spesso le carriere trasversali non vengono comprese, scoraggiando questo genere di percorsi), ed è comprensibile, ma questa scelta ha un prezzo: rende più difficile accedere a percorsi di crescita non lineari, quelli in cui succedono più cose in meno tempo e che sul lungo termine tendono a offrire le carriere migliori.

Entrare in una startup non è la scelta più sicura, e probabilmente non lo sarà mai, ma è una delle poche situazioni in cui è possibile davvero accelerare, prendere spazio, costruire qualcosa invece di limitarsi a gestirlo. Non è per tutti, e va benissimo così.

Il punto è che oggi la distanza tra chi costruisce startup e chi le osserva da fuori è ancora ampia, ridurla non è semplice, ma passa anche da qui: da founder e HR più chiari e meno “romantici”, e da candidati un po’ più disposti a uscire dalle logiche classiche.

In altre parole, forse servirebbe un po’ più di spirito imprenditoriale, e sì, anche un po’ più voglia di rischiare. Ovviamente le startup non sono per tutti, ma proprio per questo, per qualcuno, sono il posto giusto.

Torna in alto