Mancano i profili o il mercato del lavoro italiano non favorisce le carriere trasversali?

Nel dibattito pubblico sul lavoro in Italia si è consolidata una narrazione apparentemente semplice: da un lato le imprese che denunciano difficoltà nel reperire personale, spesso ad alta specializzazione, dall’altro una quota significativa di persone in cerca di occupazione o impiegate in posizioni precarie, oppure con specializzazioni che non vengono richieste dal mercato. Questo apparente paradosso alimenta una domanda di fondo: esiste davvero una carenza di candidati oppure il mercato del lavoro italiano è strutturalmente poco aperto a percorsi professionali non lineari? La domanda non è banale, poiché un’alta disponibilità di lavoratori che comunque non viene assorbita dal mercato è un segnale degno di attenzione.

La risposta, probabilmente, non sta in una contrapposizione netta. Piuttosto, emerge un problema più profondo che riguarda il funzionamento complessivo del sistema produttivo e il modo in cui si formano e si utilizzano le competenze.

Una prima chiave di lettura riguarda la struttura dell’economia italiana. Il tessuto imprenditoriale è composto in larga maggioranza da piccole e medie imprese: occorre considerare che il Censimento permanente delle imprese 2023 elaborato dall’Istat ha coinvolto 280mila imprese con 3 e più addetti, ossia il 22,5% delle imprese italiane, che producono l’85,1% del valore aggiunto nazionale e impiegano il 74,7% degli addetti (13,1 milioni) e il 96,0% dei dipendenti (11,5 milioni), costituendo un segmento fondamentale del sistema produttivo.
Si tratta spesso di realtà con organici ridotti, organizzazioni poco formalizzate e margini di investimento limitati. In questo contesto, la ricerca di personale tende a privilegiare profili immediatamente operativi, con esperienza specifica nel settore o nella mansione richiesta. Non si tratta necessariamente di rigidità culturale o di chiusura al cambiamento: per molte imprese è una scelta dettata da vincoli concreti di costo, tempo e rischio.
Assumere una persona da formare significa sostenere un investimento che non sempre è sostenibile, soprattutto quando la pressione competitiva è elevata e la produttività rimane stagnante. Di conseguenza, la preferenza per carriere verticali – costruite all’interno dello stesso ambito professionale o industriale – diventa una strategia di riduzione dell’incertezza. L’esperienza settoriale viene considerata una garanzia di adattamento rapido e di rendimento immediato.
Tuttavia, lo stesso modello che favorisce la specializzazione contribuisce a generare uno dei problemi più discussi degli ultimi anni: il cosiddetto mismatch tra domanda e offerta di competenze. Molte imprese lamentano la difficoltà di trovare candidati adeguati, mentre una parte dei lavoratori fatica a collocarsi o a progredire professionalmente. Non si tratta semplicemente di una carenza numerica di persone disponibili, ma di una distanza qualitativa tra ciò che le aziende cercano e ciò che il sistema formativo e il mercato producono.
Questa distanza è accentuata da alcune caratteristiche storiche del contesto italiano. Il peso attribuito ai titoli di studio formali, la segmentazione tra professioni e la limitata diffusione di percorsi di formazione continua rendono più complessa la transizione tra settori o funzioni diverse. Cambiare ambito lavorativo può significare ripartire quasi da zero, sia in termini di riconoscimento economico sia di credibilità professionale. In molti casi, le competenze trasversali – come la capacità di apprendere rapidamente, di gestire progetti o di integrare conoscenze diverse – vengono considerate meno rilevanti rispetto alla familiarità con processi e tecnologie specifiche.
Nel frattempo, però, l’economia sta cambiando. La digitalizzazione, l’innovazione organizzativa e la crescente interconnessione tra attività produttive stanno modificando il contenuto stesso del lavoro. Sempre più spesso le imprese hanno bisogno di profili capaci di muoversi tra funzioni diverse, di combinare competenze tecniche e relazionali, di adattarsi a contesti in evoluzione. In altre parole, aumenta la domanda di professionalità ibride e di apprendimento continuo.
Qui emerge una tensione evidente. Da un lato, il modello produttivo italiano – basato su una diffusa presenza di imprese di piccola dimensione e su una cultura della specializzazione incrementale – ha garantito per decenni competitività e flessibilità. Dall’altro, lo stesso modello può rivelarsi meno adatto a sostenere transizioni rapide e percorsi professionali non lineari. Il risultato è una sensazione diffusa di blocco: le imprese faticano a trovare le competenze che ritengono necessarie, mentre i lavoratori percepiscono limitate possibilità di riconversione o crescita al di fuori del proprio ambito originario.

Questo non significa che la specializzazione sia un limite in sé. In molti settori, soprattutto manifatturieri e tecnici, l’esperienza accumulata rappresenta un fattore decisivo di qualità e produttività. Allo stesso modo, non tutte le organizzazioni possono permettersi modelli avanzati di gestione delle risorse umane o programmi strutturati di reskilling. Il punto, piuttosto, è comprendere come bilanciare l’esigenza di competenze profonde con quella di maggiore adattabilità.

La questione, quindi, non riguarda solo il comportamento delle singole imprese o le scelte individuali dei lavoratori. È un tema sistemico che coinvolge politiche formative, modelli contrattuali, incentivi all’innovazione e capacità di investimento. Favorire carriere più trasversali richiede non soltanto un cambiamento culturale, ma anche strumenti concreti: percorsi di aggiornamento accessibili, riconoscimento delle competenze maturate in contesti diversi, maggiore integrazione tra istruzione e mondo produttivo.

In definitiva, il dibattito sulla difficoltà di reperire candidati rischia di rimanere superficiale se viene ridotto a uno scontro di responsabilità. Più che stabilire se “mancano lavoratori” o se “il mercato è troppo rigido”, occorre interrogarsi su come trasformare un sistema costruito per la stabilità in un sistema capace di accompagnare il cambiamento. La sfida non è soltanto occupazionale, ma riguarda la qualità dello sviluppo economico e la capacità del Paese di adattarsi a una fase storica caratterizzata da transizioni tecnologiche e demografiche profonde.

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